Non prendiamocela con i convertiti riformati
Lunedì, 3 Dicembre 2007
Caro Dott. Piazza.
ho letto il suo articolo. Stando lontano da Lev Chadash da circa tre anni, vedrò di informarmi sugli ulteriori sviluppi. Sono d’accordo con lei sul fatto che non ci si deve basare sul credo nazista per sapere chi è ebreo: sono stato io stesso attaccato da un lettore di Ha Keillah che faceva un discorso simile a quello di Volli e la mia risposta è stata simile alla Sua. Per quanto riguarda il mikvé Lei si è informato bene? Il suo rilievo è stato già fatto all’interno di Lev Chadash e non da uno degli ultimi, per cui presumo che si sia portato rimedio alla improvvisazione dei primi tempi (so che le ultime conversioni sono avvenute a Londra e non a Milano, per cui penso che anche il mikvé sia avvenuto a Londra e non in una piscina qualsiasi!!! La congregazione di Londra ha 3.000 iscritti e ha una sua storia…).
Al di là delle divergenze forse mi aspetterei da parte dell’ebraismo ortodosso una maggiore indulgenza nei confronti di alcune diversità che sono pur sempre ebraiche! La citazione dell’esempio dello stato d’Israele dove chi si è convertito dai riformati non può poi sposarsi religiosamente con un ebreo ortodosso, anzi non può sposarsi affatto se non si converte all’ortodossia non mi sembra un bell’esempio de democraticità. E’ il frutto di una difficile situazione politica che ha impedito di prendere finalmente in mano il problema.
Comunque se posso intuire nel discorso di Volli qualcosa che io stesso ritengo giusto è che in una organizzazione unitaria come è quella dell’ebraismo italiano, che de facto unisce in sé le tendenze più opposte (delle volte degli atei vengono eletti in qualche alta carica dell’UCEI), non mi sembra legittimo lasciare fuori dalla porta un’importante tendenza ebraica come l’insieme delle varie denominazioni non ortodosse, comprese quelle che hanno ormai una storia iniziata due secoli fa. O allora se volete essere coerenti escludete tutti gli atei dalle comunità, chiedete a tutti gli altri ebrei, figli di padre e madre ebrei, di osservare tutte le mitzvot.
Io sono nato in Tunisia in una famiglia di origine livornese e, prima ancora, portoghese, certamente per un secolo o due marrana. Il nostro gruppo di ebrei livornesi a Tunisi non brillava certo per l’osservanza di tutte le mitzvot, anche se non è mai venuto in mente a nessuno il pensiero di fondare una congregazione riformata o conservative! Perché? Ma semplicemente perché chi fonda una nuova congregazione religiosa deve poi impegnarsi religiosamente: in qualche modo praticare. Un mio amico ateo, che ebbe grosse responsabilità nella Comunità di Roma, ebreo non osservante e non credente, si arrabbiò con me quando una volta accennai alla possibilità che nascesse un ebraismo non ortodosso in Italia! Per chi non crede e non pratica è molto più comodo tenersi un ebraismo ufficiale che fa da paravento: almeno ha il crisma dell’antichità, che gli conferisce una certa autorevolezza. A Tunisi le nostre sinagoghe erano vuote. Mio padre, quando fece il Bar Mitzvà ritenne del tutto deprimente il modo di affrontare la prova. Il risultato fu che, coerentemente, mise il veto al mio Bar Mitzvà per cui sono cresciuto allo stato brado. Altri miei coetanei del medesimo ambiente fecero il Bar Mitzvà per tradizione, ma ne derivarono la triste sensazione che si trattava …di un’occasione per ricevere dei regali e non altro. Non rendersi conto che lo sforzo di poche persone per cambiare le cose (certo Lei non può chiedere a me, che a 20 anni, mentre studiavo, ho avuto il veto da mio padre perché desideravo imparare l’ebraico e studiare con un rabbino, di osservare tutte le mitzvot, cosa che non ho fatto fino a 70 anni (come del resto tutti intorno a me, del medesimo ambiente)! Né può chiedere a me e a mia moglie, se vado in sinagoga, di rimanere separati, di non potere lei andare a sefer e di non poter far parte di un miniam (mia moglie è nata ebrea!!!). Prima non facevamo nulla, ora osserviamo una quasi completa kasherut.
Ha mai letto lei “La speranza d’Israele” del rabbino Menasseh Ben Israel? Un ex marrano portoghese, come la mia famiglia, divenuto rabbino ad Amsterdam. Egli si interroga: ma Dio ci voleva forse male quando ci impose i 613 comandamenti? Impossibile osservarli tutti, voleva quindi fare di noi dei peccatori? NO, risponde Ben Israel: nella sua immensa misericordia Dio ha invece moltiplicato la possibilità di fare il bene. Più numerose le mitzvot più grande la possibilità che fra tutte quante ce ne siano alcune che ci sentiamo di seguire.
Detto questo è normale che lei possa individuare in questo nostro ebraismo non ortodosso alcune mosse maldestre e contraddittorie e capisco che lei le metta in luce: in certi casi può anche servirci (e come vede su alcuni punti concordo con lei, molto più che con il mio ex-amico Di Porto).
Comunque non creda che io, malgrado il lunghissimo digiuno ebraico, liquidi con grande facilità la tradizione. Se mai sarò il primo io ad ammettere: alla mia età mi è molto difficile seguire la halachà alla lettera: sarebbe artificiale, ma questo non mi impedisce di pensare che sarebbe bene che nelle famiglie ebraiche fin dalla nascita si vivesse una religiosità intensa. Sempre che alla base ci sia anche la convinzione che la “parola di Dio” si rivela progressivamente e che va sempre situata nel contesto nel quale è apparsa. Dio, cioè, si mette a nostra portata. O piuttosto: noi interpretiamo la sua parola in funzione della nostra mentalità e del grado di civiltà che abbiamo raggiunto. Questo è vero per tutte le religioni. Se no arriviamo al fanatismo, che è fonte di contese, di intolleranza e di guerre. Ci sono delle conquiste che sono conquiste dell’intera umanità. La donna era emarginata in tutti i popoli e da tutte le religioni. Oggi nei paesi civili non le si può più negare compiti simili a quelli dell’uomo.
Lei può anche pensare il contrario e gliene riconosco il diritto, fintanto che lei non lede il mio di avere opinioni diverse: questo senza escluderci l’un l’altro dalla casa comune, come se solo alcuni possano avere il monopolio della verità! Non litighiamo quindi sul migliore grado di ebraicità dell’uno e dell’altro. Certo che ci sono delle diversità! Ma spero che lei ammetta che abbiamo molte altre cose in comune. E guardi: la cosa più brutta sarebbe prendersela nei confronti dei convertiti dell’ebraismo riformato, o conservative che sia! Normalmente, come avviene con tutti i neofiti sono i più appassionati nel rivendicare il loro ebraismo: certamente ci superano. Sempre che chi li ha convertiti abbia agito con discernimento (in tutte le case si commettono in un senso o nell’altro degli errori)! E questo, sono daccordo con lei, non dovrebbe avvenire! Negare ai convertiti riformati la possibilità di partecipare alla vita comunitaria in generale, non inviare loro un invito per eventi ebraici, non strettamente sinagogali, questa è un arma poco compassionevole, non degna secondo me di una tzedakà del cuore che dovrebbe essere il primo dei nostri comandamenti. O allora eliminiamo, come in Francia, l’appartenenza di tutti gli ebrei a un’istituzione comune, riunendo tutte le entità ebraiche in un’organismo che le comprenda tutte, senza eccezioni, che sarebbe il CRIF (Conseil représentatif des institutions israélites de France).
Con un cordiale shalom.
Elia Boccara
Martedì, 18 Dicembre 2007 at 0:24
Gentile Dott. Piazza,
vorrei commentare che mi associo alla bella lettera del dott. Boccara, poiché anche io, nato in Italia nel 1942, ho vissuto in una famiglia dove da parte della della nonna materna c’era una tradizione marrana. La nonna della mamma sino che visse tenne in casa sua rischiando, opere ebraiche ed altre cose di culto provenienti da una Sinagoga. Solo dopo i 20 anni ho saputo la parte della storia che la mamma aveva accuratamente evitato di raccontarci nella sua interezza. Dunque la mia bisnonna che era stata una ostetrica molto nota in città, conosceva tutti e aveva messo insieme un piccolo gruppo di persone marrane che pregavano con lei e cantavano. Credo non più di 4 o 5, attuando anche dei trucchi per ingannare una domestica ovviamente cristiana. E questo malgrado che attorno a lei fossero già in attuazione le leggi razziali Dopo la guerra , da bambino ho conosciuto una di queste persone, era un ex sottufficiale di P.S. che ancora parlando della bisnonna diceva. “Quando andavamo al Tempio”. Ma è un ricordo che ho potuto in parte chiarire solo dopo molto tempo, ma non del tutto. Ora i miei nipoti mi dicono che anche la tomba della zia, filosofa e intellettuale si accresce di sassi portati da sconosciuti.. In ogni caso vivendo da agnostico, dopo una visita a New York, dove trascorsi alcuni giorni in compagnia di amici ebrei ortodossi a Brooklyn, fui colto da una grande nostalgia del pensiero dei miei avi, delle loro preghiere, e in genere del pensiero ebraico. Oggi che la mappatura del genoma scopre che in due luoghi toscani (Casentino -Arezzo e Vescovado di Murlo- Siena) la popolazione è prevalentemente di origine medioorientale, potrebbe a maggior ragione individuare i legami che scendono per li rami dalla bisnonna agli avi ebrei. Insomma non solo per me, ma da tutte le bisnonne e oltre di tutti coloro che furono battezzati a forza in tutte le epoche.
Allora credo che per quelli come me, che non sono “Kasher”, come invece recita un sito ortodosso, e interessante da me visitato, non si possa alla mia età, che ricorrere a una comunità riformata per ricercare e trovare ciò che si è perduto per strada, specialmente nascendo durante tragici avvenimenti che hanno tenuto lontane alcune famiglie dal compiere atti di ri-conversione quando ancora si poteva facilmente andare in un Kibbutz in Israele, imparare l’Ebraico e ritornare nei luoghi antichi.
Con questo non è mia intenzione dall’esterno aggiungere o fare polemiche irrispettose di regole e di tradizioni messe in atto da coloro che ininterrottamente hanno vissuto l’ebraismo, anche dalla parte più tragica. Solo, vorrei con questa mail aggiungere una parola per ricordare che ci siamo anche noi, figure indistinte segnate dalle vicende familiari e umane che non hanno i titoli di legalità per rivendicare un rientro e nello stesso tempo abbastanza memoria genetica e familiare per non ricordare le mitzvot osservate dagli avi.
Cordialmente shalom
Elvio Gabriel Tamburi