Arriva il turno di un altro past president di Lev Chadash, Aldo Luperini, che non risparmia nessuno 

Nella risposta di David Piazza, assessore ai giovani, a Ugo Volli, presidente dei riformati milanesi, traspare un pregiudizio di fondo, un voler dimostrare che comunque sia non esistono in Italia margini di convivenza tra i diversi modi di vivere l’ebraismo.

Da una parte nega che la riforma proponga in Italia novità sostanziali per poi dilungarsi (con qualche esagerazione e molte forzature) su tutte le malefatte dell’ebraismo riformato mondiale.
Se dovessimo seguire questa linea ci dovremmo però soffermare anche sul mondo ortodosso: conversioni facili – due mesi in una yeshivhà Israeliana, qualche migliaio di euro, e la conversione è fatta – conversioni matrimoniali a tempo di record (ma solo in alcuni casi); si tratta forse di famiglie ricche e influenti? Honi soit qui mal y pense! Il messia é morto a Brooklin qualche anno fa? Questo è quanto sostengono sinagoghe ortodosse regolarmente riconosciute in Italia. Abbiamo perso il 40% degli iscritti negli ultimi 20 anni di rigorismo? E dov’erano i nostri rabbini, più attenti all’halachà che a mantenere le famiglie all’interno della loro comunità?
In fondo, la “legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per legge”, l’avevano sostenuto i nostri rabbini ben prima che Gesù di Nazareth (rabbino pure lui) lo ripetesse con un megafono più potente del nostro.
L’elenco di esempi più o meno incresciosi é molto lungo sia da parte ortodossa sia riformata. Credo tuttavia che continuare a rinfacciarsi accuse e sferrare colpi sotto la cintura non porti lontano l’ebraismo italiano. I nostri problemi purtroppo sono altri e ben più gravi di quelli che si possono permettere le ricche e numerose comunità d’oltre mare: In Italia viviamo una situazione demografica di profonda crisi, molte Comunità sono sull’orlo della chiusura e Milano sopravvive grazie ad un flusso di recente immigrazione che ha solo nascosto la gravità del fenomeno dell’allontanamento. Eppure, di fronte al disastro incombente, le varie componenti dell’ebraismo italiano continuano a beccarsi tra loro come i capponi di manzoniana memoria.
Mi sembra che il senso dell’articolo di Volli andasse in una direzione diversa dalla risposta che ha ricevuto. Sosteneva in sintesi che, pur differenziandosi dall’ortodossia, la sinagoga riformata che Volli rappresenta ha caratteristiche tali da poter discutere, e più facilmente trovare punti di incontro, con l’ebraismo milanese ed italiano (laico o ortodosso che sia).
Non è una richiesta di riconoscimento da parte del rabbinato ortodosso (credo che sia impraticabile e che neanche lo interessi) ma un’offerta di dialogo all’interno del mondo ebraico. Mi sembra che esistano numerosi temi sui quali riformati, ortodossi e laici possano iniziare a collaborare fin da subito con idee e progetti comuni: allontanamento, giovani, antisemitismo, comunicazione, teatro, cori, danze, arte, mostre, manifestazioni, …..Il resto si vedrà man mano che aumenterà la fiducia ed il riconoscimento dell’altro. E’ però necessario smettere di vedere nell’ ”altro ebraismo” gli esempi peggiori (ortodossi, laici o riformati che siano) e vedere quanto invece siamo uniti da destini ed aspirazioni comuni. Il talmud esorta a giudicare il prossimo cominciando dai suoi meriti, che sia giunta l’ora di dargli retta? Per cominciare vorrei riconoscere a Morashà, che pur nella diversità di opinioni, ha dimostrato una capacità di dialogo, spesso rude e a volte insolente ma, sempre ben superiore a quella di tanti rabbini e rappresentanti comunitari che si riempiono la bocca di pluralismo e “apertura” per poi ricorrere alle vecchie e distruttive – per la Comunità – armi della disconferma, della censura e dell’occultamento dei problemi.
Ieri, all’accensione della prima candela di Channukà la sinagoga Lev Chadash era piena di gente, molti iscritti alla Comunità che prima si vedevano solo a Kippur nei giardini di Via Guastalla hanno così scoperto che al tempio ci si diverte, si fanno incontri, si gustano con fiducia le frittelle fatte in casa dal tuo vicino,… e lo stesso accade anche a Shabbat quando la gente si ferma dopo la funzione a mangiare, partecipare al coro, studiare, scherzare, chiacchierare fino a sera in un viavai di persone che vanno e vengono e che si godono uno Shabbat come D-o comanda e come da anni non facevano. Credo che anche questo faccia parte del patrimonio dell’ebraismo e che la Comunità di Milano, per il suo bene,  non può continuare a ignorarne l’esistenza.
Molti cari auguri di buon Channukà a tutti

Aldo Luperini (past president di Lev Chadash)

2 Responses to “Se abbiamo perso il 40% degli iscritti la colpa è dei rabbini”


  1. La “legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per legge”: gradirei approfondire con rabbini o con laici studiosi il fondamento biblico di questa affermazione che interessa tutto l’Universo e non solo il mondo ebraico. Grazie mille per il cortese cenno di riscontro.
    Maurizio Benazzi
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    ecumenici@tiscali.it

    PS: complimenti per la replica che agli occhi di chi legge sembra proprio ispirata da un animo di un timorato, ossia di chi antepone l’Amore alla paura. La gioia di credere a tutto il resto.

  2. Meir Says:

    Bella conquista per Luperini e Co: forte interesse ad avviare un dialogo da parte dei cristiani che hanno immediatamente colto le affinità con i riformati. È arrivato il momento per Volli di porgere l’altra guancia.
    Mazal Tov!


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